Nelle scorse settimane le cortine della curia romana si sono squarciate, con la malattia del Papa che è stata raccontata con tempismo quotidiano, descritta fin nei dettagli medici più minuziosi.
Anche dal punto di vista della comunicazione la degenza di Papa Francesco al Policlinico Gemelli di Roma (per problemi respiratori che hanno portato a una polmonite bilaterale) è stata inusuale per un pontefice e rappresenta una marcata rottura con il passato, caratterizzato da cautela e riservatezza abituali. Il decorso è stato accompagnato da particolareggiati bollettini che scendevano fino nei più complessi dettagli, con un linguaggio tecnico e una crudezza di dettagli medici che hanno fatto impazzire, per le traduzioni scientifiche, le centinaia di corrispondenti stranieri dal Vaticano.
Quello che può sembrare contro intuitivo è che questa ventata di trasparenza e di chiarezza – che a volte ha portato, con la sua verità così cruda, al confine di una sensazione di mancanza di rispetto per il papa ammalato – appare decisa proprio da José Bergoglio. Un anziano pontefice di 88 anni che spariglia le carte e vuole che la sua malattia sia spiegata nei particolari. Un cambio di passo che ha disorientato molti e sorpreso quasi tutti. Un’inedita strategia di comunicazione fortemente voluta dal Papa, a quanto è trapelato. Ma perché?

Un’ipotesi plausibile? Partiamo da lontano. Dalla massima del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel «la notte in cui tutte le vacche sono nere». Questa immagine potente, sebbene coniata in un contesto filosofico specifico quasi due secoli fa, risuona in modo inquietante con le sfide contemporanee poste dall’ambiente informativo digitale, in particolare per quanto riguarda la gestione della verità e della conoscenza sui social media. In un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da un volume senza precedente di informazioni, opinioni e notizie, la capacità di distinguere tra fonti affidabili e inaffidabili, tra fatti verificati e affermazioni infondate, sembra farsi sempre più ardua.
Per Hegel “tutto appare indistinto e quel che è peggio indistinguibile. Tutto uguale, nessuna differenza”. Se trasliamo il concetto nell’universo dei social media (e dei loro fiduciosi e troppo spesso acritici fruitori) possiamo intravedere pericolose verità.
Abbiamo il sovraccarico informativo e l’offuscamento delle distinzioni che confonde l’utente, con la sfida della credibilità delle fonti che appare irrimediabilmente perduta. La mancanza di supervisione editoriale e la facilità con cui è possibile creare e diffondere informazioni false contribuiscono a questo magma indistinto dove, tra bufale e contenuti fabbricati, per gli utenti distinguere tra affermazioni fattuali e opinioni è sempre più difficile.
C’è poi il resto del repertorio, dall’erosione della verità alla proliferazione delle fake news, che sui social media si diffondono sei volte più velocemente delle notizie accurate. C’è l’impatto della polarizzazione politica e sociale (voluta pervicacemente dalle piattaforme digitali, da Meta in giù) con gli algoritmi che creano le camere dell’eco e le bolle di filtro, dove le persone sono esposte principalmente a informazioni che rafforzano le loro opinioni, limitando il loro accesso a prospettive diverse. C’è poi il meccanismo più potente e letale, l’amplificazione algoritmica dell’engagement: i “semafori” dei social media danno priorità ai contenuti in base all’interazione degli utenti (like, commenti, condivisioni) piuttosto che all’accuratezza. Così si amplifica la portata della disinformazione, poiché i contenuti sensazionalistici o emotivamente carichi generano un elevato engagement: spesso è il più performante è proprio la rabbia.

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Papa Francesco ha espresso in diverse occasioni la sua preoccupazione riguardo gli effetti deleteri della disinformazione e della distorsione della verità veicolate dai social media. In un suo intervento, il Pontefice ha messo in guardia contro l’uso improprio di tali strumenti, inclusa l’intelligenza artificiale, che potrebbero essere sfruttati per “manipolare le menti per scopi politici, economici e ideologici”. In un altro messaggio, Papa Francesco ha denunciato un’epoca caratterizzata da “disinformazione e polarizzazione”, criticando apertamente i social network per la loro capacità di generare “fanatismo e persino odio”.
Il Pontefice ha inoltre evidenziato come Internet sia diventato “uno dei settori più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata di fatti e relazioni interpersonali, spesso utilizzata per screditare”. Questa affermazione, risalente al suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2019, pone l’accento sulla vulnerabilità intrinseca dell’ambiente online alla manipolazione. In un messaggio successivo, per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2021, Papa Francesco ha ribadito il “rischio di diffusione di disinformazione sui social media”, osservando come “notizie e persino immagini possono essere facilmente manipolate”. In questa occasione, ha esortato tutti a essere “testimoni della verità” smascherando le notizie false. La sua preoccupazione si è manifestata anche in un messaggio successivo, in cui ha messo in guardia contro la “tossicità, l’incitamento all’odio e le fake news” presenti sui social media, sottolineando la necessità di sviluppare un “sano senso critico” per distinguere la verità dalla falsità.
Papa Francesco ha dedicato specifici interventi e messaggi al tema delle fake news, evidenziando la sua attenzione particolare a questa problematica. In un discorso del 4 gennaio 2024 rivolto a giornalisti cattolici, il Pontefice ha sottolineato come “molti conflitti oggi… sono alimentati da fake news o da dichiarazioni incendiarie diffuse attraverso i media”. In questo contesto, ha esortato i professionisti dell’informazione a “disarmare” il linguaggio.
Diversi episodi hanno visto il Pontefice stesso oggetto di false voci e notizie infondate, diffuse rapidamente online e spesso amplificate da profili falsi. In particolare, durante alcuni periodi di ricovero precedenti a quello delle scorse settimane, erano già circolate con insistenza voci sulla sua presunta morte, costringendo il Vaticano a smentite ufficiali. Queste esperienze dirette testimoniano la pervasività del problema e la sua capacità di generare allarme e confusione nell’opinione pubblica.
Anche stavolta, in occasione di questo ultimo ricovero, voci sulla morte di Bergoglio, teorie della cospirazione perenne e fake news a raffica hanno imperversato a lungo. I sorrisi provocati dalla visione di improbabili “influencer” di mezza tacca che denunciavano come la morte certa del Papa ci venisse tenuta nascosta dai soliti poteri forti hanno fatto abbassare la guardia, oppure ormai restiamo inchiodati con le mani in alto, in un segno di resa totale all’algoritmo imperante?
Al Gemelli con le mani in alto stavolta non ci sono stati e, a colpi di bollettini pieni di dettagli crudi e linguaggio tecnico, hanno cercato, a modo loro, di smontare cospiratori e bot. Ne emerge con forza la strategia di un Pontefice che, persino nella fragilità della malattia, non abdica al suo ruolo di coscienza critica per un mondo sempre più inebriato (e assuefatto) dalla menzogna digitale.
Questa trasparenza, lungi dall’essere un atto di ingenua apertura, appare come una risposta pragmatica e potente all’«indistinguibile» notte informativa evocata da Hegel, dove le ombre della falsità si addensano minacciose, con micidiali effetti brutalmente reali nel mondo reale. Un Pontefice – seppur molto malato – che, con la lucidità di chi ha compreso i meccanismi perversi della disinformazione, sceglie la crudezza della verità come antidoto al veleno delle fake news, quasi a voler disinnescare i tentativi di manipolazione.
Resta da chiedersi se questa coraggiosa contromossa comunicativa rappresenti un isolato sussulto di verità o l’inizio di una necessaria presa di coscienza collettiva contro l’impero algoritmico della falsità e dell’engagement.
Sinceramente non ho risposte. Ma sensazioni sì. E non sono per niente buone.
Mercoledì 2 aprile 2025
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