1984, anno domini. Donald Trump, dopo gli esordi da palazzinaro a New York – pochi scrupoli e metodi spicci – si lancia nell’Olimpo immobiliare, tra il grattacielo Trump Tower a Midtown Manhattan e l’hotel-casinò Trump Plaza ad Atlantic City.

1984, libro distopico. Appare “in nuce” uno dei concetti chiave del poderoso sistema di comunicazione del rieletto presidente americano, che sta sconvolgendo il mondo occidentale con la sua politica economica e di alleanze stravolte: il controllo del linguaggio. Scrive George Orwell: “se non ci sono parole per esprimere un concetto, diventa più difficile persino pensarlo”.

Esattamente quello che accadrà – probabilmente l’esito sperato dalla falange MAGA che ha voluto l’operazione – con la prevista cancellazione da pagine web federali di quasi 200 parole “woke”, afferenti alla galassia dell’inclusione, come racconta il New York Times in un suo articolo, che svela come l’amministrazione Trump abbia intrapreso una silenziosa, ma non per questo meno insidiosa, opera di “pulizia linguistica” dalle piattaforme ufficiali.

Prepariamoci a un viaggio tra finzione e realtà, dove le parole diventano campo di battaglia per il controllo mentale.

Controllo del linguaggio: dal Grande Fratello di Orwell all'Era Trump

Il parallelismo tra un romanzo distopico e una realtà (quella del marzo 2025, quando queste righe vengono scritte) che sembra distopica ma non lo è, che vede i fatti reali messi all’angolo da una massiccia e potente narrazione veicolata dai social media, è indubbiamente affascinante. E sorprendentemente calzante. L’obiettivo è quello di esplorare le possibili connessioni tra la distopia orwelliana e le dinamiche politiche contemporanee relative al linguaggio.

Partiamo dal romanzo di Orwell. Il cuore pulsante di “1984” risiede nel controllo del linguaggio come strumento di potere. La creazione della Neolingua (Newspeak), con la sua riduzione del vocabolario e l’eliminazione di termini “pericolosi” capaci di esprimere concetti come “libertà”, “ribellione”, “individualità”, è l’emblema di questo controllo totalitario. Se non ci sono parole per pensare un concetto, ci ricorda Orwell con inquietante lucidità, quel concetto diventa persino impensabile.

Ora, torniamo al nostro presente. La rivelazione del New York Times ci presenta una lista di circa 200 termini che l’amministrazione Trump avrebbe cercato di bandire o limitare da siti web ufficiali, documenti e altri testi pubblici. Tra questi spiccano parole come “attivisti”, “anti-razzismo”, “appartenenza”, “diversità della comunità”, “disabilità”, “discriminazione”, “uguaglianza”, “femminismo”, “genere”, “immigrati”, “LGBT”, “salute mentale”, “minoranze”, “oppressione”, “orientamento”, “incinta”, “giustizia razziale”, “razzismo”, “sesso”, “transgender” e “vittime”. Anche termini apparentemente neutri come “istituzionale” e “donne” sarebbero stati scoraggiati in alcuni contesti.

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1. Efficacia silente: quando le parole che scompaiono plasmano la realtà

In “1984”, l’efficacia della Neolingua è sottile ma devastante. La soppressione di parole “superflue” o “pericolose” mira a rendere il “crimine di pensiero” letteralmente impensabile. Analogamente, la strategia dell’amministrazione Trump, pur non raggiungendo i livelli distopici di Orwell, mostra una preoccupante efficacia nel modellare il discorso pubblico, con la riduzione del vocabolario comune.

L’eliminazione o la limitazione di termini come “cambiamento climatico” o “giustizia razziale” dai canali ufficiali non fa scomparire i problemi, ma diminuisce la frequenza e la legittimità con cui vengono discussi a livello istituzionale. È una forma di controllo del pensiero attraverso il linguaggio, in cui l’assenza di determinate parole nel discorso ufficiale può gradualmente erodere la consapevolezza e l’importanza percepita di tali concetti.

Non manca certo il riflesso delle priorità politiche: i cambiamenti linguistici riflettono un inconfondibile riflesso delle priorità della nuova amministrazione Usa. L’argomentazione di Trump secondo cui “diversità ed uguaglianza minano il ‘merito'” trova eco nella scomparsa di termini correlati, suggerendo una normalizzazione di una certa prospettiva e la marginalizzazione di altre.

2. Pericolosità strisciante: il pensiero critico sotto attacco

La pericolosità del controllo linguistico risiede nella sua capacità di limitare la libertà di pensiero. In “1984”, la Neolingua rende difficile persino formulare pensieri complessi e articolati. La promozione di slogan semplici e contraddittori come “La guerra è pace” mira a soppiantare il pensiero critico con l’accettazione passiva.

Il parallelo con le azioni dell’amministrazione Trump è inquietante. La scomparsa di termini relativi a questioni sociali e di giustizia potrebbe preludere a un interesse per soffocare il dialogo piuttosto che espanderlo, specialmente riguardo a soggetti considerati “sfavorevoli”. Questo ostacola la capacità di affrontare e discutere apertamente questioni cruciali.

Sullo sfondo appare poi, inquietante e sfuggente, la normalizzazione di un linguaggio limitato. La revisione della storia facilitata dalla Neolingua in “1984” trova eco (seppur in forma diversa) nella potenziale cancellazione di riferimenti a gruppi specifici o a concetti ritenuti “woke” nella manovra trumpiana. Questa operazione, pur non riscrivendo direttamente il passato, può contribuire a una narrazione ufficiale che omette o minimizza determinate esperienze e realtà.

Operazione che si accompagna alla massiccia contraddizione tra retorica e azione. L’ordine esecutivo firmato da Trump che enfatizzava la “Restaurazione della libertà di parola e la fine della censura federale”, o il recente risibile attacco del vicepresidente JD Vance all’Europa, che limiterebbe la libertà di espressione (ovvio assist alla deregulation manipolatoria sui social media) stridono apertamente con le direttive di limitazione linguistica, evidenziando una potenziale manipolazione del linguaggio per fini politici.

3. Invisibile ma potente: la difficoltà di riconoscere l’effetto dirompente

Uno degli aspetti più insidiosi del controllo linguistico, sia in “1984” che nelle dinamiche contemporanee, è la difficoltà per le persone di riconoscerne l’effetto dirompente. La Neolingua di Orwell opera attraverso una graduale riduzione del vocabolario, rendendo quasi impercettibile la perdita della capacità di esprimere determinati pensieri. Quella trumpiana come agisce o agirà? Lo vedremo, ma ne possiamo cogliere i primi segnali già adesso, con un problema aggiuntivo: le direttive della sua amministrazione, comunicate con memo interni e direttive ufficiali, spesso formulate in modo vago, possono sfuggire a una piena comprensione da parte del pubblico.

C’è poi l’ombra della normalizzazione progressiva. Nel romanzo distopico di Orwell la ripetizione incessante di slogan semplificati porta all’accettazione passiva. Analogamente, la rimozione costante di certi termini dal discorso ufficiale oggi, anno domini 2025, può gradualmente normalizzare la loro assenza, portando a una diminuzione della consapevolezza e della capacità di concettualizzare le realtà che tali parole descrivono.

In un’era di sovraccarico informativo, sottili modifiche nel linguaggio ufficiale possono facilmente passare inosservate, mentre l’attenzione pubblica è catturata da eventi più eclatanti. La natura potenzialmente incompleta degli elenchi di parole bandite o scoraggiate rende ancora più difficile tracciare l’intera portata di questo fenomeno. L’attenzione distolta scaverà la pietra dell’opinione pubblica facendo il gioco degli strateghi MAGA?

In conclusione, l’eco orwelliano risuona – sfumato ma sinistro – nelle rivelazioni concernenti le manipolazioni linguistiche dell’amministrazione Trump. Sebbene le dinamiche e gli strumenti siano diversi, l’obiettivo sotteso – influenzare il pensiero attraverso il controllo del linguaggio – presenta inquietanti similitudini. La vera insidia risiede nella natura sfuggente di questo processo, nella difficoltà di percepire come la progressiva erosione delle parole possa silenziosamente rimodellare la nostra capacità di pensare criticamente e autonomamente.

Vigilare sul linguaggio, preservarne la ricchezza e la precisione, si conferma non solo un esercizio di stile, ma un atto di fondamentale importanza per la difesa della libertà di pensiero. Notate come Trump parli in modo basico, con pochi vocaboli, sempre come se dovesse confezionare un meme per i social o uno stacco televisivo? È indubbiamente una scelta mirata, un’arma limitante, più che limitata. Ricordiamolo infatti: chi controlla il linguaggio, controlla una parte cruciale della realtà.

Invece il linguaggio è uno strumento di liberazione: Un linguaggio ricco e non manipolato è essenziale per la libertà di pensiero, l’espressione individuale e la capacità di criticare il potere.


Mauro Tosetto


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Controllo del linguaggio: dal Grande Fratello di Orwell all’Era Trump

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